Il blog di Rosanna Spinazzola

domenica 31 agosto 2014

La macchina del tempo, ovvero "Il Bibliomotocarro" del maestro Antonio la Cava, e un sogno da realizzare.

[Suggerimento musicale per la lettura: La vita gaia-G. Coggi]


"Nella vita tutto si fa col gioco,
niente si fa per gioco"
_Sir Robert Baden-Powell, fondatore dello scautismo_


Oggi voglio raccontarvi una storia che parla di un potente stregone, del suo carro magico, e di come abbia insegnato ai suoi piccoli apprendisti a viaggiare nel tempo.
Questa storia ha inizio in estate, in un torrido pomeriggio di agosto.
Fa molto caldo, nella mia terra natia, a Ferrandina, in Lucania.
Sono tornata per fare visita ai miei e per godere della calma di questo piccolo paese nascosto tra i calanchi bollenti. Per caso, mi è capitato tra le mani un quaderno di esercizi. Un mio quaderno delle scuole elementari che mia madre aveva custodito.
Avevo appena sei anni, e scrivevo l’alfabeto.
È così che comincia la storia, con una telefonata al mio maestro delle scuole elementari, Antonio la Cava, più bonariamente conosciuto in paese come “il maestro Tonino”. Gli ho proposto di incontrarci, per parlare e per fare qualche foto al suo Bibliomotocarro.
Erano passati più di vent’anni dall’ultima volta che ci eravamo visti.
L’appuntamento è a villa Pinocchio, un piccolo parco dedicato all’infanzia.
Quando è arrivato, al suono della marcia ‘La vita gaia’, i bambini presenti sono stati catturati dalla sua magia. Hanno smesso di giocare a pallone, hanno abbandonato le bici per terra, e si sono avvicinati a quella straordinaria biblioteca itinerante.
Il maestro in pensione è saltato giù con sorprendente agilità, ha aperto le porte di quell’incantato luogo-non luogo e ognuno di loro ha scelto un libro per sé. Alcuni si sono seduti sulle panchine e hanno iniziato a sfogliarlo, altri lo hanno riposto negli zainetti, come se fosse uno scrigno del tesoro da aprire a casa, e hanno ripreso a giocare. Nessuno di loro ha lasciato il nominativo e il maestro non ha annotato alcuna data, né titolo. L’ho guardato con aria interrogativa, e lui sorridendo mi ha risposto: La fiducia è un valore che va insegnato con l’esempio, non a parole. Io mi fido di loro, e loro ricambiano. Nessun bambino mi ha mai rubato un libro.
Lo so, conosco il suo metodo educativo, essendo stata io stessa sua alunna molti, molti anni fa. Lui aveva tutti i capelli neri, all’epoca, e la giacca. Adesso ha i capelli lunghi, e canuti, e indossa pantaloni colorati, ma i modi sono gli stessi di sempre. Il suo sorriso, pure.

Il maestro Tonino, io, il bibliomotocarro e Ferrandina sullo sfondo. Foto di Leo Fabbrizio.
Ci siamo seduti a chiacchierare, ma sono arrivati altri bambini che hanno portato i loro amici a prendere un libro, e lui si è alzato per aiutarli a scegliere, in base all’età, o ai gusti, o al carattere. L’ho osservato passare in rassegna i titoli dei libri affastellati nella sua biblioteca con le ruote, e soffermarsi su quello giusto.
Mi ha ricordato un personaggio della commedia dell’arte, un commediante fuoriuscito dal romanzo ‘Il capitan Fracassa’, proprio quel capo comico del carro di Tespi, Erode il Tiranno, l’omaccione dall’aspetto burbero ma dall’ animo generoso e mite. È lui che conduce la compagnia di comici nel carrozzone colorato e rumoroso, viaggiando in lungo e in largo per strade sgangherate e solitarie.
Per inciso, quel libro me lo prestò proprio il maestro Tonino, tanti anni fa.
Nel frattempo è arrivato Leo Fabbrizio, bravissimo fotografo e mio amico, al quale ho chiesto di fare qualche foto al bibliomotocarro, e a noi. Ci mettiamo d’accordo sul posto in cui scattarle, e ci avviamo. Il maestro mi chiede di fargli compagnia, e salgo su quel motocarro trasformato in biblioteca mobile.
Il suo progetto è semplice, di una semplicità che cozza con la crescente complessità degli stili di vita occidentali. Portare il libro nei paesini che non hanno una libreria. Gratuitamente.
Contrapporre la lentezza alla velocità, e il silenzio al rumore.
La piccola-grande biblioteca itinerante, foto di Leo Fabbrizio
“Ma come”, direbbero i malpensanti, “nell’epoca della post-modernità, in cui tutto vola e fugge, in cui il web domina la vita di ognuno, e la rete offre tutto ciò che si potrebbe desiderare, c’è ancora bisogno di libri trasportati su un’Ape che non supera i 45 km orari?”
La mia risposta è: sì, ora più che mai.  
Perché navigare nel web è importante, ma più importante ancora è avere un molo di partenza, e uno di arrivo. E questo molo dal quale noi tutti dovremmo partire, è il libro. 
Che niente può sostituire.
Il bibliomotocarro, all’interno, è piccolo, ma comodo. Quando passiamo per le vie del paese alcuni sollevano la mano per salutarci.
Il mio maestro è sempre stato un anticonformista. Eravamo gli unici a non avere l'obbligo di indossare il grembiule "per non essere uniformati". Si atteneva poco ai programmi ministeriali, e riteneva impossibile (parola sua) insegnare la geografia nello spazio limitato da quattro pareti che era la classe. Invece di farci imparare i nomi dei laghi principali dell’Italia, chiamava l’autobus cittadino (guidato da mio padre), e ci portava alla diga.
Laggiù, in mezzo al fango e ai girini, ci spiegava come la grandezza del genio umano, e le tecniche dell’ingegneria, imbrigliavano la forza dell’acqua. Noi la vedevamo, quella grandezza, con le bocche aperte e gli occhi spalancati, e lo assillavamo di domande. Cresceva in noi l’amore per la conoscenza. La scuola, ce la faceva dal vivo.
Eravamo la classe che stava meno in classe.
Ci insegnava con il gioco, ci insegnava la meraviglia, la curiosità per ciò che ancora non conoscevamo. Ci sarà tempo, diceva ai miei genitori quando c’erano gli incontri annuali, per riempire il secchio. Ora dobbiamo accendere il fuoco.
E la mattina fremevo d’impazienza quando mia madre ci metteva più del dovuto a farmi le trecce. Volevo andare a scuola, e volevo andarci presto.
Mentre scorrazziamo per le strade sconnesse di campagna, la sua voce mi porta indietro nel tempo.
Alcuni miei compagni avevano dei caratteri irrequieti. Non si applicavano granché, e difficilmente imparavano le nozioni fondamentali. Ma per ognuno di loro, il maestro aveva una parola di incoraggiamento. Sempre. Troverai la tua strada, non avere timore, diceva. Devi solo capire cosa ti piace, e presto o tardi lo capirai.
Aveva fiducia in noi. Me lo ricordo bene, perché c’ero. Ci chiamava ‘fanciulli’, che è un termine forse un po’ desueto, ma molto poetico, che mi è rimasto molto caro.
Presi dai nostri problemi quotidiani, dalle faccende urgenti della vita, a volte dimentichiamo le cose importanti, quelle più vere. Dimentichiamo di essere riconoscenti per le cose essenziali, che diamo per scontate, come il saper leggere.
Che tutti noi sappiamo e possiamo leggere è una conquista della modernità. La possibilità di apprendere il pensiero di uomini straordinari, le loro idee, la loro intelligenza, fa di noi degli esseri liberi. Dovremmo tutti essere riconoscenti ai nostri maestri delle scuole elementari.
Ancor più se, oltre a insegnarci a leggere (che già di per sé è un debito che non potremo mai estinguere), ci hanno insegnato ad amare la lettura. A me è successo.
Questo amore è diventato parte integrante della mia esistenza. I libri sono stati, e sono tuttora, il mio rifugio. Tutto ha avuto inizio quasi trent’anni fa.

La mia classe con il maestro. Io sono la quarta da sinistra, in piedi, con il maglione a righe bianche e rosse
La mia classe era ampia e spaziosa, e le larghe vetrate davano sulla strada principale e sugli alti alberi che si spogliavano e ricoprivano di foglie col volgere delle stagioni.
Quando leggevo goffamente, aiutandomi con il mio dito paffuto di bambina, il maestro mi si avvicinava e mi diceva (in qualsiasi modo io avessi letto): brava. Adesso rileggi, e fa’ attenzione alla punteggiatura. Le virgole e i punti sono sempre bistrattati, nessuno li nota mai, ma tu fa’ loro compagnia. Non li abbandonare, dai loro considerazione. Vedi questa virgola, questa qui che hai appena passato, è una piccola pausa. Vuole che ti fermi un istante, e le fai l’occhiolino. Il punto no, il punto è un po’ presuntuoso, vuole che ti fermi. E gli stringi la mano. Hanno bisogno di coccole, come tutti.
Io leggevo, e prendevo a cuore la punteggiatura. Ci passavo interi pomeriggi a dare alla punteggiatura ciò che il resto del mondo dimenticava di darle: considerazione.
Mi sembra ieri che quest’uomo appassionato si sedeva accanto alla bambina con le trecce.
Vedi Rosanna, un libro non è fatto solo da parole infilate una dietro l’altra. La lettura, è musica. Ogni frase ha un suo ritmo, dei passi che ti spinge a fare. E noi, noi che leggiamo, danziamo su questa sinfonia. E le parole ci portano lontano, lontano, in altri mondi. Viaggiamo nel tempo, e non lo facciamo in una fredda navicella spaziale, legati con la cintura. Lo facciamo danzando. Trova la musica, e troverai la magia.
E io la trovai.
Un pomeriggio di un inverno rigido di venticinque anni fa, mio padre mi portò un libro preso all’oratorio. Era da poca passata l’ora di pranzo. La mia casa era silenziosa, i miei fratelli erano fuori a giocare. Lo aprii e cominciai a leggerlo, e sentii la musica. Quando lo terminai era sera inoltrata, e la casa era piena di gente. I miei zii e cugini erano venuti a farci visita. I miei fratelli erano rientrati e c’era un gran chiasso, ma io non li avevo sentiti! Mi erano passati accanto e mi avevano accarezzata. Non li avevo sentiti entrare, salutarmi e chiacchierare. Ero completamente ed irrimediabilmente persa in quella storia, e non ero lì con loro. Ero in Inghilterra, e fuori non c’erano automobili, ma carrozze. Il romanzo era “Un canto di Natale”, di Dickens, e io lo amai con tutto il cuore. Fu il mio primo viaggio nel tempo.
Confesso di non aver mai imparato le tabelline, davvero, ma da allora non mi sono più fermata: ho viaggiato in lungo e in largo. All’età di dieci anni ero già stata in Francia, con Cosetta de I miserabili; in Russia, dove avevo pianto commossa il destino di Anna Karenina; poi di nuovo in Inghilterra, per fare amicizia con David Copperfield, e poi ancora nell’Oceano Atlantico, a contare casse di rhum ne L’isola del tesoro.
Nelle mutevoli vicende della vita il piacere della lettura non mi ha mai abbandonata.
Ho cambiato tutto, crescendo: lavori, amici, luoghi. Solo una cosa è rimasta costante, sempre: l’amore per i libri. Sono stati palestre di libertà, e conforto nei momenti bui.
Quando studiavo all’università e tornavo a Ferrandina da Roma, avevo con me due borse: una per i vestiti, l’altra per i libri da leggere. Adesso ho un e-reader, più pratico negli spostamenti, che non sostituisce i manoscritti cartacei, ma li affianca.
Un giaccone non era adatto a me se non aveva le tasche abbastanza ampie da contenere un libro, e quando divenni adulta nessuna borsetta a baguette, per quanto fosse alla moda, andava bene se non era abbastanza larga per un romanzo.
Ho davvero vissuto mille vite, e viaggiato nel tempo e nello spazio, come mi aveva promesso il mio maestro, tanti anni prima.
Non conosco i nomi di tutti i laghi d’Italia, e non conosco i nomi di tutti i capoluoghi di provincia, e non mi è mai servito saperli a memoria.
Quello che mi è servito imparare davvero, io l’ho avuto.
La voce del maestro è sempre la stessa. Mi parla di quando era bambino lui, di come leggeva alla luce di una sola candela. Di come fosse convinto che era il fuoco del camino a ispirargli piccole poesie che lui, poi, riconoscente, riconsegnava alla fiamma. Si ricorda di ognuno di noi, mi dice di quanto fossimo una bella classe. Mi racconta di me, di come ero, di quanta allegria portassi, e un po’ mi rattristo al pensiero che la vita, a tratti, l’ha spenta, quell’allegria.
Arriviamo nel posto concordato, un belvedere sul piccolo paese in cui sono cresciuta, e Leo, nel suo solito modo gentile, ci scatta qualche foto.
Il maestro Tonino, il bibliomotocarro, e io, poco prima di andare via. Foto di Leo Fabbrizio.
Sul web la sua biblioteca itinerante è diventata famosa. Molti programmi televisivi e giornali ne hanno parlato, perfino Oltreoceano; dozzine di articoli hanno fatto il giro della rete. 
Pluripremiato, perfino in Campidoglio con il premio Simpatia, è una celebrità, il maestro Tonino, ma lontano da qui.
Non sono molti a sapere di quanto si parli di lui, di come sia giustamente citato ad esempio da seguire. Deve essere difficile possedere una personalità così eccentrica ed affascinante in un paese così piccolo. Ci vogliono profondità e coraggio per essere se stessi sempre, e il maestro Tonino ne ha sempre avuti, dell’una e dell’altro. Ed è per rendere merito a questo che io voglio umilmente esprimergli tutta la mia stima e la mia infinita gratitudine.
Al ritorno, mentre mi accompagnava a casa, il maestro mi ha accennato un suo progetto: fare il giro d’Italia con il bibliomotocarro (tutte le informazioni qui). Portare ancora ai bambini la gioia di leggere, oggi come allora, percorrendo tutto lo stivale con la sua Ape che, lo ripeto, raggiunge una velocità massima di 45 km/h.
Invito tutti color che vogliono, e possono, ad aderire all’iniziativa, per rendere reale questo sogno, ed aiutare il maestro a portare la sua saggezza e il suo fuoco a tutti i bambini d’Italia.
Riporto il suo personale appello:
“il giro d'Italia in Bibliomotocarro è come il GIRO CICLISTICO: con tappe di partenza e di arrivo; per realizzarlo occorrono persone, associazioni, pro-loco, librerie, altro, distribuite su tutto il territorio nazionale (almeno una in ogni regione), disposte ad organizzare un evento o un'iniziativa di promozione del libro e ad ospitare nella notte il Bibliomotocarro. Quando saranno arrivate tutte le disponibilità ad ospitare per una TAPPA D'ARRIVO il Biblomotocarro, l'organizzazione del Giro stilerà il calendario possibile, tenendo conto delle richieste pervenute rispetto alle date indicate: certo, non è semplice, ma è possibile e, comunque, vale la pena provarci. Allora avanzate le richieste, indicando le vostre date preferite (più di una per agevolare il lavoro di sintesi). Per le spese di viaggio troveremo una soluzione, magari uno sponsor o più di uno. Intanto mi affascina l'idea che fino a ieri sembrava un sogno, oggi appare una possibilità: E SE DOMANI FOSSE REALTA'?”
Se lo fosse, sarebbe una realtà meravigliosa.
È una cosa che ha valore, una magia. Credetemi.
Io lo so, perché sono stata una sua apprendista, e l’ho imparata.


Per info e contatti
Sito: www.ilbibliomotocarro.com
mail: ilbibliomotocarro@gmail.com
Te.: 3313130303









lunedì 26 maggio 2014

La quarta parola del mago: TACERE, e la creatività.

[Suggerimento musicale per la lettura: H. Zimmer_A hard teacher]


Ed eccoci giunti all’ultima delle quattro parole del mago. Dopo sapere, osare e volere,  è il momento di TACERE.

Secondo Eliphas Levi tacere è “una discrezione che nulla può inquinare o corrompere”.

Credo che la linea di divisione tra “realtà” e “immaginazione” sia più sottile di quanto siamo disposti ad ammettere.
Il nostro inconscio non fa alcuna differenza tra realizzare e dire di aver realizzato.

Se diciamo, parliamo e spieghiamo i nostri progetti, per il nostro inconscio sarà come averli già realizzati. Che gli altri ci critichino o ci lodino, per la nostra essenza più profonda sarà come aver già partorito la nostra creazione, e poco importerà se sarà solo un embrione: avremo comunque avuto la nostra ricompensa.
Sedersi a un tavolo, tutti i giorni alla stessa ora, far “propria tutta la noia”, come scriveva Auden nella sua poesia "Il romanziere"(1), e cercare di dare un senso compiuto alla nostra creatura sarà ancora più arduo e monotono: chi vuole scrivere due volte lo stesso romanzo?

Inoltre, mostrare prematuramente un progetto a qualcuno, compresi coloro che ci vogliono bene, equivale a piazzare un bambino su una bici quando è ancora incapace di camminare.
Qualsiasi critica, seppur in buona fede, è capace di distruggere le nostre migliori buone intenzioni.


G. G. Marquez alla scrivania
In “Vivere per raccontarla”, Gabriel Garcia Marquez, riferendosi a un consiglio che gli diede Ramón Gómez de la Serna, scrive: 
“Ma quello che seguii sempre alla lettera fu la frase con cui quel pomeriggio si congedò da me: 
«la ringrazio per la sua deferenza, e in cambio le darò un consiglio: non mostri mai a nessuno la versione provvisoria di quello che sta scrivendo».”(2)


I giudizi altrui, la loro disapprovazione, il biasimo, anche la loro opinione più gentile, ci fanno cadere preda del vittimismo e alimentano la mancanza di fiducia in noi stessi. Usare le critiche come alibi ci deresponsabilizza. Ci autocommiseriamo, sabotandoci. Questo atteggiamento va sconfitto, colpendolo proprio laddove è più forte: nel bisogno che abbiamo di essere compresi, accettati, amati.
Essere discreti significa non esporre il fianco. Non contaminare la creazione, che è un atto sacro, con desideri narcisistici. In fin dei conti, faccio ciò che faccio non per pavoneggiarmi, ma perché mi è indispensabile farlo.

Perciò SAPERE, e spingersi oltre il conosciuto. 
OSARE, avendo il coraggio di desiderare. 
VOLERE, con disciplina, costanza, impegno. 
TACERE, per proteggere la propria visione finché non sarà forte abbastanza da affrontare il mondo. 

Ecco cos’è, la magia. Così facile, così difficile.

Un esercizio utile è, alla sera, ripensare alla nostra giornata. Con chi abbiamo parlato dei nostri progetti, delle nostre aspirazioni? cosa avremmo potuto evitare di dire? lo abbiamo fatto per puro desiderio narcisistico o per altro? e cosa è questo “altro”? cosa ha provocato, in noi, il fatto di averne parlato?

(1)Appuntato al talento come a un’uniforme,
/il grado dei poeti è noto a tutti;
/stupirci come un temporale possono,
/morire tanto giovani, per anni viver soli.//Possono scatenarsi come ussari: ma lui deve/
liberarsi del suo dono puerile e apprendere
/a esser complesso e semplice, a esser uno
/che nessuno si sogna di seguire.//Per realizzare il più facile dei suoi voti,/
deve infatti far sua tutta la noia,/
prono agli ovvi lamenti dell’ amore, tra i Giusti//esser giusto, tra i Luridi essere pure lurido,/
e, se può, nel suo debole Io deve soffrire/
senza intendere tutti i misfatti dell’Uomo.

(2) Gabriel García Márquez, Vivere per raccontarla, Edizioni Mondadori (Scrittori Italiani e Stranieri). Traduzione di Angelo Morino.

Viandante sul mare di nebbia, Caspar D. Friedrich