Il blog di Rosanna Spinazzola

martedì 9 ottobre 2012

Bombeiros, il libro.


Mezzanotte del 6 Ottobre, Cremona. 
Un furgoncino giallo limone approda in piazza della Pace: dal retro compaiono sedie, tavolini e le prime copie di "Bombeiros". È solo l’inizio.
Aggiungi didascalia
Dieci di mattina del 7 Ottobre: la sede di Tapirulan è invasa da scrittori, illustratori e curiosi. Bellissime le opere della mostra di illustrazioni pubblicate sul libro. La sottoscritta ha provato autentico entusiasmo per quella legata al suo racconto (dal titolo La begonia), realizzata da Margherita Allegri. Eccola qui:

La begonia interpretata da Margherita Allegri
Gli steli spinosi si arrotolano sulla protagonista e la
 intrappolano suo malgrado, mentre la figlia la guarda  impotente ed è
 molto, molto lontana l'uscita da quel mondo pieno di ricordi. 
Nel mio racconto volevo trasmettere come, quando si "perde" qualcuno,
 gli oggetti che gli appartenevano (o si condividevano), diventano 
delle trappole e tanto più si odiano quanto più chi ci ha lasciati le
 amava.
 La prima cosa che mi è saltata all’occhio è che nella  illustrazione non c'è nemmeno un oggetto,
 tranne uno: le piante. Simbolo di qualcosa che cresce e prospera
 nonostante l'avvizzimento del cuore di chi rimane. 
Un bellissimo lavoro.
In bella mostra le prime copie di “Bombeiros”, tra un muffin, un succo di frutta e qualche chiacchiera per rompere il ghiaccio.

Bombeiros e Bombeiros limited edition
Ore undici: caserma dei vigili del fuoco (Bombeiros significa pompieri in portoghese) per la presentazione del libro.
Il racconto vincitore dal titolo “Eleonora” di Alessandro Sesto è davvero bello, ma devo dire che anche gli altri non sono da meno. 
Una bella selezione fatta dalla giuria, presieduta dal simpaticissimo scrittore Gianluca Morozzi.

Gianluca Morozzi e io durante la presentazione de La Begonia
Gli autori, oltre a essere simpatici e gentili, sono ragazzi (e ragazze) piene di talento, come gli illustratori. Una bellissima giornata.
Ecco la foto di gruppo:

Gli autori, gli illustratori e i giurati del concorso

Una giornata ricca di letteratura e di bellezza, di quelle che non si dimenticano.
Un grazie a Fabio Toninelli, Alberto Calorosi, Guido Casamichiela e tutti i ragazzi di Tapirulan per aver messo in moto così tanta bella energia.
Bombeiros, per chi lo desidera, è disponibile anche al bookshop online.


Alla prossima!

mercoledì 3 ottobre 2012

Bombeiros, il nuovo libro di racconti illustrati. Edizioni Tapirulan


               [Suggerimento musicale per la lettura: Light my fire_The Doors ]



La quarta edizione del concorso di racconti di Tapirulan è arrivata al suo epilogo: la presentazione del libro a Cremona, il 6 e il 7 di ottobre.

E’ trascorso un anno da quando, sotto suggerimento di un’amica, inviai il mio lavoro per il concorso di racconti illustrati.
Più di cinquecento racconti inviati, dodici soli vincitori, tra cui il mio dal titolo La begonia.



Il regolamento è semplice: scrivere un racconto breve, scegliere tra una rosa di cinque illustratori dai quali si vorrebbe fosse illustrato il proprio racconto, inviare il tutto e attendere.

Una bella iniziativa giunta alla sua quarta edizione, di una associazione prima e casa editrice poi, che si impegna attivamente e con grande professionalità per creare qualcosa di tangibile e durevole: concorsi di poesie, illustrazioni, racconti come occasioni per creare sinergie e contatti tra le varie arti.

L’antologia contenente i racconti selezionati dalla giuria, guidata dallo scrittore Gianluca Morozzi verrà presentata domenica 7 ottobre a Cremona: alle 10 è fissato il ritrovo nella sede di Tapirulan (via Voghera) 1/a dove sarà allestita la mostra delle illustrazioni pubblicate sul libro, poi alle 11 ci si sposta presso  la caserma dei Vigili del Fuoco di Cremona (via Nazario Sauro 14) per la presentazione dello stesso.


Qui sarà possibile incontrare gli autori: Marco Alfano, Donatella Azzolini, Edoardo Brosio, Andrea Cirillo, Roberto D'Agostin, Luca Dore, Francesca Marchegiano, Franjo Matanovic, Maurizio Perelli, Alessandro Sesto, Rosanna Spinazzola, Mario Trapletti.

E gli illustratori: Margherita Allegri, Claudio Arisi, Giuseppe Braghiroli, Daniele De Batté, Luca Fabbri, Faber, Dimitri Fogolin, Giorgio Fratini, Andrea Gualandri, Arianna Papini, Guido Scarabottolo, Lucio Villani, Daniela Volpari.

Il titolo del libro è Bombeiros, modo in cui vengono chiamati i pompieri portoghesi: perché l’arte divampa e il sacro fuoco delle parole brucia dentro tutti quelli che, dall’Arte, si sentono chiamati.

Se passate da quelle parti, siete i benvenuti.

A presto con gli aggiornamenti dell'evento, qualche anticipazione del mio racconto La begonia e l'illustrazione di Margherita Allegri legata al mio lavoro!

  
Il libro si può acquistare on line QUI

Oppure direttamente verso i punti vendita:

Parma
Libreria Feltrinelli
via Repubblica, 2 - 0521.386810
Libreria Fiaccadori
strada Al Duomo, 8 - 0521.282445
Libreria Mondadori
Centro commerciale Euro Torri 3/3A, Piazza Balestrieri 2/A - 0521.271600
Cremona
Libreria Timpetill
via Mercatello, 50 - 0372.800802
Libreria Feltrinelli
corso Mazzini, 22 - 0372.24865
Centro Fumetto Andrea Pazienza
piazza Giovanni XXIII, 1 - 0372.22207
Libreria Ponchielli
piazza S. Antonio Maria Zaccaria, 10 - 0372.23867
Libreria Del Convegno
corso Campi, 72 - 0372.22633
Milano
Libraccio
via Corsico, 9 (incrocio con via Alzaia Naviglio Grande) - 02.8323230
Brescia
Libreria Colibrì
via S. Bartolomeo, 15/a - 030.394225
Mantova
Libreria Nautilus
piazza 80° Fanteria, 19 - 0376.360414
Libreria Feltrinelli
via Umberto I, 56 - 0376.369733
Libreria Il pensatoio
via Accademia, 56 - Tel: 0376.1810788 
www.pensatoioinrete.it
Bologna
MODO infoshop - Interno 4 Bologna
via Mascarella 24/b e 26/a - 051.5871012

Forlì
Libreria Regnoli
via Regnoli, 12 - 0543.30097

Roma
Libreria Altroquando
via Del Governo Vecchio, 80 - 06.6879825 
www.altroquando.com

Napoli
Libreria Treves
piazza Plebiscito, 12 - 081.7640858

Firenze
Libriliberi Libreria
via San Gallo, 25/27r - tel: 0552658324
www.libriliberi.com


-Per informazioni: info@tapirulan.it

mercoledì 19 settembre 2012

C'era una volta, a Grimmland... ovvero Momenti da favola del Goethe institut


[Suggerimento musicale per la lettura. Tchaikovsky: Il Valzer dei Fiori, da Lo Schiaccianoci]

Devo ammettere che da appassionata di fiabe quale sono, raggiunta l’età della ragione, non ho mai apprezzato pienamente il lavoro dei fratelli Jacob e Wilhelm Grimm.

Mi spiego meglio: il loro valore è assolutamente incontrovertibile, la raccolta dei racconti popolari tedeschi encomiabile e la loro dedizione ammirevole. Purtuttavia, i cambiamenti apportati alle fiabe che raccoglievano, in termini di eliminazione di ogni riferimento sessuale implicito o esplicito, sono talmente invasivi da essere secondi solo allo scempio che compì Perrault sulle fiabe popolari, adattandole (ma diciamo pure stravolgendole) al manierismo della corte francese alla quale erano destinate. 

Jacob e Wilhelm Grimm
Per non menzionare l’orrore (ma qui i fratelli non c’entrano nulla) della traduzione inglese, dalla settima edizione in poi, dei loro racconti, che risultava epurata anche da ogni riferimento che oggi definiremmo noir.
Poi, certo, c’è quel pizzico di campanilismo che mi spinge a contestare la paternità tedesca o francese della fiaba di Cenerentola: la Gatta Cenerentola di Giambattista Basile nel suo Lu cunto de li cunti merita almeno una citazione, per la miseria (tanto più che la elaborò prendendola da lì), per non parlare de La bella addormentata.

Ma forse sono questioni di lana caprina: le fiabe appartengono all’intera umanità ed è insito nella loro natura il perdere qualcosa lungo il corso dei tempi per inglobare nuovi elementi che le mantengano vive in eterno (forse, ma a me la scarpa di cristallo inventata da Perrault proprio continua a non andarmi giù).


Le fiabe sono, secondo la mia modesta opinione di studiosa e appassionata, come sosteneva il formalista russo Propp, l’ultimo baluardo degli antichi riti di passaggio dall’età puberale a quella adulta che i ragazzi compivano al compimento della maggiore età (che all’epoca si aggirava intorno ai dodici anni).

Alcuni testi letti per la mia tesi

L’analisi che lo psicologo infantile Bruno Bettelheim, nel suo libro Il mondo incantato, condusse sulle fiabe dei Grimm lo portò ad affermare che esse altro non fossero che una analisi, con annessa soluzione, di problemi esistenziali infantili. Ma lui era psicologo, si sa, e per di più freudiano. La sua tesi, seppur interessante, mi pare un po’ tirata per i capelli: non nego che essa abbia in sé della verità, ma in aggiunta a quella formalista, non a prescindere da essa.


Le fiabe sono narrazioni di riti e credenze molto, molto antiche e, per questo, offrono soluzioni alla psiche umana in lotta con la dura legge della natura.



Riaffiorano analisi condotte sulla mia tesi di laurea sui Miti, i Riti e le Fiabe e mi viene voglia di citare Calvino, Eliade,Yeats e Afanas'ev, tanto per dirne alcuni, anzi no: sarebbe interessante riportare Jung e Campbell e Il Mahābhārata o forse potrei partire da Lemille e una notte e dall’Edda di Snorri.

Ma io divago. Torniamo a noi.

Estate, giallo, afa: mia cognata mi telefona (lei insegna tedesco alle superiori); c’è un concorso piccolo ma pregevole bandito dal Goethe-Institut. Si chiama “Momenti da favola”: basta comporre una fiaba non più lunga di tre frasi su quello che si ritiene essere il momento della giornata (o della vita) che più si avvicina a una favola, per celebrare l’uscita, duecento anni fa oggi, nel 1812, della prima edizione delle Favole dei Fratelli Grimm. Primo premio: un fine settimana in Germania. Secondo: gadget e pubblicazione sul sito. Ci penso, ringrazio, abbasso la cornetta.

Estate, giallo, afa: qual è il momento che rende la mia giornata una favola? Ci penso un nanosecondo, credo. Forse meno. Abbasso lo sguardo sul quaderno che ho davanti, prendo la penna, ci penso qualche minuto. Scrivo, cancello, riscrivo. Non mi piace. Riscrivo e taglio. Mi faccio un caffè, mi risiedo e riscrivo la parte tagliata.
Ecco il mio momento da favola:

Una porta si apre: sulle pagine si scontrano parole, dietro gli occhi esplodono galassie. L’anima, sporgendosi per guardare meglio, ci precipita dentro. Tutti lo chiamano leggere, io lo chiamo tornare a casa.

Invio per mail e non ci penso più. Dopo qualche tempo, mi avvisano che la mia mini favola è seconda, insieme a qualche altra ex equo.

I gadget del Goethe-Institut

Il mio nome, insieme a quello degli altri vincitori, è pubblicato sul sito www.goethe.de/grimmland nella pagina dedicata al concorso “Momenti da favola”. Due settimane dopo ricevo un pacco: borsa, quaderni, blocknotes, magliette e perfino un gioco di società.


Il fine settimana a Berlino mi sarebbe piaciuto, ma questa organizzazione tedesca non mi dispiace. In fin dei conti, ho il mio nome accanto a quello dei fratelli Grimm, sul sito almeno. E’ vero, non li idolatro, ma sono pur sempre coloro che scrissero il primo Dizionario di tedesco al mondo! La stima, c’è, e in un certo qual modo anche un tenero, singolare affetto.

Cos’altro importa?



lunedì 13 agosto 2012

Fëdor Dostoevskij in Sankt Pieter Burkh

[Suggerimento musicale per la lettura. Tchaikovsky: Violin Concerto in D major, op. 35.]


Tutte le cose e tutto nel mondo è incompiuto, per l'uomo, e nel frattempo il significato di tutte le cose del mondo è racchiuso dell'uomo stesso.
_I fratelli Karamàzov_

Il vento gelido si infila nelle maniche del leggero giubbotto che indosso. Questo freddo nel cuore dell’estate mi ha colta impreparata, ma la gente di qui sembra esserci abituata. Con le mani intirizzite scrivo sul mio quaderno, aspettando nella celebre e malfamata piazza Sennaja la mia pivo Baltika, una delle birre più buone che io abbia mai bevuto, ovviamente autoctona.



Sono nella straordinaria città di San Pietroburgo, a un passo dal Circolo Polare Artico, nella cerniera che unisce (e divide) Oriente e Occidente. Qui, più di tre secoli fa, un uomo megalomane e spietato, Pietro il Grande, prosciugò paludi e fanghiglie gelide e innalzò dighe e canali per fondare una città che permettesse alla Russia di dominare il Golfo di Finlandia. Una città nata da un sogno, alimentata con il sangue di innumerevoli contadini e fatta prosperare da una dinastia monarchica leggendaria e spregiudicata: i Romanov. 






Indescrivibile il contraccolpo emotivo, mentale e culturale che ho subìto all’arrivo; per una come me, nata tra i calanchi bollenti del mediterraneo e svezzata nella Roma dell’Impero, San Pietroburgo è IL Nord della vasta e affascinante taiga, delle nevi impietose, delle steppe attraversate da irrequieti nomadi, dei 30 gradi sottozero, dei vichinghi che diedero il nome a questa terra: i Rus'.

Ma sopra ogni altra cosa, questa terra è l’ambientazione delle centinaia di fiabe di Afanas'ev, lette e rilette nella mia infanzia, è la Russia di Tolstoj i cui romanzi mi emozionarono fino alle lacrime quando ero adolescente, di Vladimir Propp (approfondito all’Università per la tesi e mai più dimenticato)il cui lavoro stimo e condivido, di Puškin e Lermontov e ancora Gogol’ e Čechov, Pasternak, Majakovskij, Bulgakov e ancora e ancora.

Statua di Puskin
Mentre l’aereo atterrava sotto un cielo plumbeo e gravido di nuvoloni grigi, non riuscivo a trattenere l’emozione all’idea di visitare una terra che tanta parte aveva avuto nella mia formazione.

La mia Pietroburgo, però, quella che ho scelto tra le tante possibili, è stata soprattutto quella letteraria di Fëdor Dostoevskij.
Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato




Tra una mèta e l’altra del turismo necessario e magnifico(il Museo Russo, lo strabiliante e immenso Ermitage, la Kunstkamera, primo museo della Russia con le deformi e morbose mostruosità in formalina, la Cattedrale di Sant'Isacco, quella di Kazan, la fiabesca Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, l'Ammiragliato e tutto ciò che di bello e incredibile si può visitare in questa grandiosa città che si sviluppa sulla gigantesca prospettiva Nevskij), ho inserito tutti i giorni un luogo “di Dostoevskij”.






Ho ripercorso tappa dopo tappa, come in un pellegrinaggio laico, i luoghi della sua vita, dei suoi romanzi, della sua prigionia e della sua morte, in un crescendo di emozioni che mi hanno lasciata stremata ed elettrizzata insieme.

Il Palazzo d'Inverno, sede del museo Ermitage


La donna dai marcati tratti slavi interrompe il flusso di pensieri, ci porta la birra e ne dice il prezzo: in russo ovviamente. Qui l’inglese non lo parla nessuno e le indicazioni sono quasi tutte in cirillico. Per fortuna con me c’è Antonello che comprende e risponde in un russo stentato e simpatico accompagnato da gesti eloquenti. Ci fa comprendere che per la carne ci vuole ancora tempo: slow food, diremmo noi occidentali.

Nessun problema, non abbiamo nessuna fretta.



Antonello sorseggia la sua birra e mi guarda scrivere, curioso, ma non ho ancora finito e finché non finisco ciò che scrivo è solo per me: mi godo questo momento di solitudine con il foglio, tra un sorso e l’altro di birra.



Dostoevskij nacque a Mosca, per cui non ci sono luoghi da cui partire circa la sua nascita, ma si trasferì in questa città a sedici anni. Qui sviluppò quella amata prosa densa, perfetta per i personaggi profondamente caratterizzati dei suoi romanzi, sviluppando la sua passione per l’introspezione, la filosofia e la spiritualità.




Sono partita da qui, da dove sono seduta ora: dal quartiere Sennaya.

Piazza Sennaya
Abito qua vicino e ci passo tutti i giorni e non manca momento in cui io non pensi a quel Mercato del Fieno (questo il suo significato) attorno al quale orbitava la San Pietroburgo di Fëdor: operai delle classi povere, contadini senza occupazione, borseggiatori, mendicanti, alcolizzati e puttane, l’intero universo di disperati che vivevano tra l’immondizia e i topi, ammassati come bestie in tuguri gelidi e inospitali.

Era qui che lui attingeva la materia che plasmava nelle sue storie, qui che passeggiava tra gli umili e i malfattori. Era questa la “sua” città.


Da qualche anno la piazza è stata ristrutturata e mantiene un’aria più o meno rispettabile ma a pochi passi da essa, il suo animo cupo e misero è ancora tangibile e incredibilmente suggestivo.

vicolo Kaznacheyskaya

Poche decine di metri a nord della piazza c’è vicolo Kaznacheyskaya: lo scrittore cambiò casa tre volte nello stesso pezzo di strada, al numero civico 1, al 9 e al 7 e proprio in quest’ultimo scrisse Delitto e castigo. Raskolnikov, il “cattivo” del romanzo, passò “sotto la casa di Dostoevskij” per andare ad assassinare la vecchia usuraia. 

E’ qui che la realtà e l’immaginazione si sono fuse per dare vita ai sogni.

Poco più a est, un altro vicolo incrocia questo dove visse lo scrittore: è vicolo Stolyarny, che nel romanzo è solo “Vicolo S…”, ed è proprio qui, all’ultimo piano del numero 5 che viveva il protagonista del romanzo Delitto e Castigo. 

Dall’incipit del romanzo: 
Il num. 5 di vicolo Stolyarny(“Vicolo S…”)

“All'inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K. Sulle scale riuscì a evitare l'incontro con la padrona di casa. Il suo stanzino era situato proprio sotto il tetto di un'alta casa a cinque piani, e ricordava più un armadio che un alloggio vero e proprio.”.


Ad angolo con questo vicolo, campeggia una statua dello scrittore e una iscrizione che recita: “Sul tragico destino di quanti vissero in questa parte di San Pietroburgo Dostoevskij ha poggiato le fondamenta della sua appassionata supplica per il bene di tutta l’umanità”.



Dai bassifondi di piazza Sennaya sono poi andata nell’ultima casa in cui visse lo scrittore, rimasta immutata da allora e visitabile per soli 160 rubli. Entrare nella casa in cui lui trascorse gli ultimi giorni della sua vita mi ha dato un fremito che rinuncio a trasferire a chi non lo prova già nel leggere queste parole.

Il suo studio privato in cui scrisse I fratelli Karamazov

Qui scrisse lo splendido I fratelli karamazov (per il quale nutro un certo debole), aiutato dalla sua seconda moglie e stenografa Anna Griegorievna Snitkina.
Dostoevskij scriveva dalle 23.00 alle 5.00 del mattino, bevendo grandi quantità di tè nero per rimanere sveglio e fumando continuamente durante la stesura dei suoi lavori: nonostante la diagnosi di enfisema, non smise mai di fumare.

La tabacchiera con le sigarette già pronte

Su un basso tavolino nell’anticamera del suo studio c’è ancora la tabacchiera che usava e una frase scritta a penna da sua figlia il giorno in cui lo scrittore morì: “oggi papà è morto”. Semplice e doloroso.




Dormiva fino a mezzogiorno, poi mangiava qualcosa e nel pomeriggio riceveva chiunque gli facesse richiesta di visita: non rifiutava mai nessuno. La sera la dedicava alla famiglia, alla quale teneva moltissimo cenando con i suoi familiari.
Poi, usciva nei bassifondi, a stretto contatto con la gente più miserevole.



Una stanza è adibita a museo: tutti i suoi oggetti, le foto dei suoi intimi amici (gli unici che ammetteva nel suo studio privato perché, diceva, gli dava fastidio se estranei toccavano le sue carte), le lettere, le cose a lui più care.

Da quel luogo silenzioso e profondo alla spavalda zona di Petrograd, altra tappa del “pellegrinaggio”, il passaggio non è semplice, ma doveroso.
Superato un fossato accessibile solo percorrendo a piedi un ponte di legno, arriviamo sull’isola Zayachy. Qui è ormeggiato il celeberrimo incrociatore Aurora e qui sorge il primo nucleo di San Pietroburgo, il luogo in cui fu posta la prima pietra (compresa la capanna dove viveva il despota, poco più di un paio di spartane stanze di legno).



La cattedrale accoglie le spoglie di tutti gli zar, da Pietro il Grande a Nicola II Romanov, assieme ai suoi figli e a sua moglie, deposti successivamente pare tra accese polemiche dei pietroburghesi legati al Bolscevismo e al mito di Lenin.




Tutt’attorno a questi complessi che accoglievano guardie e generali, si erge la Fortezza di Pietro e Paolo, imponente e antica, il cui  budello di stanze fredde e inospitali costituisce le prigioni



Qui fu imprigionato, torturato e ucciso (ingiustamente) davanti a suo padre, Aleksei, figlio di Pietro I, accusato di tradimento.

La cella di Bakunin
Qui furono imprigianti Lev Trotsky (nella cella numero 60), Gorky, Bakunin e il fratello maggiore di Lenin, Aleksandr, oltre che Dostoevskij.


Nelle piccolissime stanze sferzate dal vento gelido del Circolo Polare Artico, con una sola feritoia in alto da cui entrava un filo di luce, senza nessun conforto e in assoluta solitudine, i detenuti impazzivano, si cospargevano di carosene e si davano fuoco. Cercavano di comunicare con un alfabeto inventato da loro, simil morse, battendo con le catene sul telaio dei letti di ferro per sconfiggere quell'isolamento doloroso condividendo il loro nome, le loro paure, gli incubi. Per farsi coraggio.



A quel tempo, Fëdor frequentava un gruppo di giovani liberi pensatori, il Circolo Petrasevskij.
Nicola I li catturò, li imprigionò e li condannò a morte. 

La cella di Dostoevskij


Dopo molti mesi trascorsi in quelle terribili prigioni, lo scrittore fu condotto al patibolo ma poco prima che i fucili puntati sparassero, giunse notizia di annullamento. 

In realtà si trattava di una messa in scena che servisse di lezione: Dostoevskij fu inviato ai lavori forzati in Siberia. 


L’esperienza turbò profondamente lo scrittore che, appena poté fare ritorno alla sua amata città, graziato da Alessandro II, scrisse Memorie da una casa di morti, una sorta di diario di quei mesi di reclusione.





Infine, è con una nostalgica tristezza che percorriamo l’ultima tappa: imboccando Nevsky prospect fino al
suo tratto finale, dove si staglia l’imponente Monastero Aleksandr Nevsky, siamo arrivati nel luogo in cui riposa lo scrittore.
Il cimitero Tichvin trasmette un forte senso di pace.
Tra le lapidi e le statue, abbiamo scovato la tomba di Cajkovskij, un altro mentore che ha segnato la mia vita e al quale ho reso il mio sincero e commosso omaggio.

Tomba di Caijkovskij
Con gran sorpresa, anche quella di Ivan Krylov, scrittore e favolista russo.

La lapide di Krylov





Primo, usò per le sue favole la lingua popolare e le forme idiomatiche tipiche dei contadini e della povera gente, dando loro la dignità letteraria che avrebbe fatto scuola negli autori successivi.















Ma è su quella di Dostoevskij che mi sono soffermata più di ogni altra, e alla quale sono ritornata più volte dopo ogni giro, come se, sapendo che era lì, avessi potuto parlargli o semplicemente ascoltarlo.

Ho reso un saluto silenzioso alle spoglie del maestro il cui spirito ha segnato la mia vita a così tanta distanza, in ogni senso…

La lapide di Dostoevskij


La donna che non parla inglese arriva con un sorriso e due fumanti piatti di carne d’agnello e maiale. Tutto intorno è un brulicare di gente di ogni tipo, dai tratti somatici slavi e orientali, in un miscuglio di incredibile bellezza.

Mi sistemo meglio sulla sedia arrugginita di piazza Sennaya e volgo lo sguardo tutt’intorno agli accattoni, 
agli ubriaconi e ai borseggiatori, alle contadine che vendono secchielli di mirtilli con il fazzoletto in testa, gli scarponi e le maglie di lana sdrucita.


Chiudo il quaderno e saluto lo spettro dello scrittore ringraziandolo per ogni cosa.  
Bevo un sorso di birra e addento la bollente carne alla brace proprio come faceva Dostoevskij, un secolo fa, nello stesso posto, tra la stessa gente.


Spasiba, Fëdor. Con tutto il cuore.